Vi propongo un gioco che si pratica perlopiù negli asili infantili. No, il mio non è un malaugurato caso di regressione: datemi un poco di credito e vedrete quanto c’è da imparare dall’analisi di questo semplice svago.
Ho una piccola biglia, che chiudo dentro la mano destra o quella sinistra nascoste dietro la schiena. Poi mostro le mani chiuse a pugno al mio antagonista, chedendogli di indovinare in quale mano è nascosta la biglia. Ripetiamo la procedura un certo numero di volte, prendendo nota dei risultati. Infine contiamo quante volte il mio avversario ha vinto o perso. Poi saldiamo il conto, in caramelle, biglie, danaro, birra o altro. Questo è il gioco.
E’ ovvio che ognuno cerchi di vincere, mettendo in atto ogni possibile astuzia per avere la meglio. Se io tengo la biglia sempre nella stessa mano, il mio avversario se ne accorgerà ben presto e vincerà. Ma dato che è estremamente astuto, finirà per capire qualsiasi strategia da me applicata. Ciò significa che il mio avversario vincerà sempre? No. Se io tengo la biglia a caso, e se le mie scelte successive sono indipendenti, il mio avversario farà una scelta corretta circa una volta su due, e in media non guadagnerà né perderà. Il che può essere un risultato accettabile, in vista magari della possibilità di portare lo scontro su un terreno – pardòn, su un gioco a noi più favorevole.
Resta da stabilire, ovviamente, cosa vuol dire mettere una biglia a caso, e cosa significhi fare scelte indipendenti: ma qui le cose si complicano parecchio. Nondimeno i bambini, ignari di tutto ciò, continuano a fare questo gioco.
Rimanendo quindi ad un livello intuitivo, possiamo osservare che l'utilità di un comportamento aleatorio in certi giochi o situazioni di conflitto è importante tanto dal punto di vista pratico quanto da quello filosofico. Evidentemente è utile reagire in modo prevedibile quando si coopera con qualcuno, ma in una situazione competitiva un comportamento aleatorio e imprevedibile può essere la strategia migliore.
Nella vita di tutti i giorni troviamo numerosi esempi in cui il nostro capo, un nostro congiunto o il nostro governo tentano di manipolarci. Essi ci propongono un gioco sotto forma di una scelta fra varie possibilità, di cui una appare chiaramente preferibile. Noi la scegliamo, dopo di che ci viene proposto un nuovo gioco, e così di seguito. Abbastanza rapidamente, da una scelta razionale all’altra, ci troviamo in trappola. Per evitare questa conclusione, è bene ricordarsi di agire ogni tanto un po' a caso, in modo variabile e imprevedibile: ciò che si perde in fatto di scelte ottimali lo si guadagna largamente conservando più libertà.
I capi politici e militari di un tempo introducevano nelle loro decisioni un elemento aleatorio consultando oracoli. E’ ovvio che una fede cieca negli oracoli è molto stupida e conduce abbastanza facilmente a conseguenze disastrose. Ma l’abile uso dell’imprevedibilità oracolare a opera di un capo intelligente può essere un buon modo per realizzare una strategia ottimale.
mercoledì 28 ottobre 2009
Caos e Management - I
Il titolo di questo primo di una breve serie di post è (volutamente) fuorviante. A prima vista infatti esso evoca una contrapposizione: quella fra caos - come sinonimo di disordine - e management, vocabolo associato a organizzazione, a pianificazione, a gestione razionale di mezzi e risorse per il conseguimento di determinati obbiettivi e, in sostanza, a ordine. Per me, che ero un fisico prima di diventare "manager" (bella carriera...), la parola caos ha invece un significato ben preciso, diverso dall’accezione comune e per certi aspetti addirittura contrario. Sicchè nel titolo non vi è in realtà alcuna contrapposizione, bensì sono sintetizzate una constatazione e una presa di posizione. Vi chiederete quale sia allora, come fisico-manager, il mio modo di intendere il rapporto tra caos e management? Beh, se l‘argomento vi interessa, credo che la risposta vi sorprenderà parecchio. Le regole del moderno management (che non sono state certo formulate da me, ma che io ho fatto mie) non sono “direttive contro il caos”, ma piuttosto una conseguenza del concetto di caos.
E’ necessario pertanto e innanzitutto chiarire tale concetto. Per farlo compirò un breve escursus dai primordi dell’umanità alla meccanica quantistica, dopo aver chiesto venia a filosofi, scienziati e anche a manager per la velocità con cui sorvolerò temi e argomenti complessi, a volte oggettivamente difficili, certamente degni di miglior trattazione, e per tutte le licenze che mi prenderò. Ma procediamo con…ordine.
Il problema della relazione tra leggi, ordine e caos ha origini molto antiche. E' noto infatti che l'uomo primitivo percepiva il mondo come totalmente caotico. Successivamente, l'osservazione della regolarità del moto del sole, dei pianeti, del succedersi delle stagioni, ecc., ha introdotto le nozioni di predicibilità e di ordine.
Platone affermava infatti che il mondo è opera di un essere divino, che ha tratto ordine dal disordine. Noi intuiamo l’ordine nelle forme del mondo e lo ritroviamo con evidenza nelle regole e nelle proporzioni geometriche. Compito della scienza è in pratica scoprire i rapporti geometrici sottesi a ciò che esiste e a ciò che accade nell’universo.
Anche secondo Galileo il grande libro dell'universo era scritto in linguaggio matematico, i cui caratteri erano triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza l’ausilio delle quali ci saremmo perduti in un labirinto privo di uscita.
Duemila anni dopo Platone, Pierre de Laplace sottolineava il carattere deterministico della meccanica di Newton: potendo conoscere in un dato momento lo stato di tutte le forze da cui la natura è animata e la situazione rispettiva degli elementi e degli esseri che la compongono, l'avvenire ne sarebbe risultato definito in modo univoco e perciò manifesto.
Questa posizione riassumeva lo spirito e l'entusiasmo di un’epoca che ha visto il trionfo della meccanica, la scoperta delle macchine termiche, la rivoluzione industriale. Essa poneva una grande fiducia nell'uomo e nelle sue possibilità e testimoniava la convinzione illuministica che egli fosse in grado, almeno in linea di principio, di prevedere l'evoluzione e di controllare lo sviluppo degli accadimenti futuri.
Il secolo scorso è stato testimone di altre due formidabili scoperte: la meccanica dei quanti, che consente di indagare sui fenomeni del mondo atomico e sub-atomico, e la teoria della relatività. Queste entusiasmanti conquiste, se da un lato sono apparse come ulteriori conferme della fiducia illuministica nell’uomo, dall’altro hanno però imposto alcune riflessioni ed evidenziato severe limitazioni circa la capacità di conoscere e dominare gli eventi dell’universo che ci circonda.
Le scoperte degli ultimi trent'anni hanno gettato ombre su quel quadro ottimistico e hanno minato alle fondamenta un'illusione che durava da più di tre secoli. L'evento principale, che è ormai da molti considerato come la terza grande rivoluzione scientifica del ‘900, è la scoperta del “caos deterministico”. Se questo accostamento di termini pare un ossimoro, ciò è dovuto alle barriere psicologiche createsi nei molti secoli durante i quali – quasi per tradizione – determinismo e caos sono stati considerati concetti antitetici.
Vedremo in seguito, pur senza entrare nei dettagli, come la teoria del caos abbandoni molti dei sogni deterministici cullati fin dai tempi di Newton, senza tuttavia rinunciare a comprendere la Natura. Essa si propone di superare il conflitto tra la predicibilità deterministica e i comportamenti imprevedibili frequentemente osservati in Natura, negli esperimenti di laboratorio e in tutti i sistemi formati da elementi in costante mutua interazione.
A parte le implicazioni filosofiche, si esce dal dominio della fisica per invadere quello di altre discipline: biologia, economia, medicina, scienze sociali e, per quello che qui ci riguarda, il modo di governare aziende e isitituzioni, ossia le tecniche di management.
(segue)
E’ necessario pertanto e innanzitutto chiarire tale concetto. Per farlo compirò un breve escursus dai primordi dell’umanità alla meccanica quantistica, dopo aver chiesto venia a filosofi, scienziati e anche a manager per la velocità con cui sorvolerò temi e argomenti complessi, a volte oggettivamente difficili, certamente degni di miglior trattazione, e per tutte le licenze che mi prenderò. Ma procediamo con…ordine.
Il problema della relazione tra leggi, ordine e caos ha origini molto antiche. E' noto infatti che l'uomo primitivo percepiva il mondo come totalmente caotico. Successivamente, l'osservazione della regolarità del moto del sole, dei pianeti, del succedersi delle stagioni, ecc., ha introdotto le nozioni di predicibilità e di ordine.
Platone affermava infatti che il mondo è opera di un essere divino, che ha tratto ordine dal disordine. Noi intuiamo l’ordine nelle forme del mondo e lo ritroviamo con evidenza nelle regole e nelle proporzioni geometriche. Compito della scienza è in pratica scoprire i rapporti geometrici sottesi a ciò che esiste e a ciò che accade nell’universo.
Anche secondo Galileo il grande libro dell'universo era scritto in linguaggio matematico, i cui caratteri erano triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza l’ausilio delle quali ci saremmo perduti in un labirinto privo di uscita.
Duemila anni dopo Platone, Pierre de Laplace sottolineava il carattere deterministico della meccanica di Newton: potendo conoscere in un dato momento lo stato di tutte le forze da cui la natura è animata e la situazione rispettiva degli elementi e degli esseri che la compongono, l'avvenire ne sarebbe risultato definito in modo univoco e perciò manifesto.
Questa posizione riassumeva lo spirito e l'entusiasmo di un’epoca che ha visto il trionfo della meccanica, la scoperta delle macchine termiche, la rivoluzione industriale. Essa poneva una grande fiducia nell'uomo e nelle sue possibilità e testimoniava la convinzione illuministica che egli fosse in grado, almeno in linea di principio, di prevedere l'evoluzione e di controllare lo sviluppo degli accadimenti futuri.
Il secolo scorso è stato testimone di altre due formidabili scoperte: la meccanica dei quanti, che consente di indagare sui fenomeni del mondo atomico e sub-atomico, e la teoria della relatività. Queste entusiasmanti conquiste, se da un lato sono apparse come ulteriori conferme della fiducia illuministica nell’uomo, dall’altro hanno però imposto alcune riflessioni ed evidenziato severe limitazioni circa la capacità di conoscere e dominare gli eventi dell’universo che ci circonda.
Le scoperte degli ultimi trent'anni hanno gettato ombre su quel quadro ottimistico e hanno minato alle fondamenta un'illusione che durava da più di tre secoli. L'evento principale, che è ormai da molti considerato come la terza grande rivoluzione scientifica del ‘900, è la scoperta del “caos deterministico”. Se questo accostamento di termini pare un ossimoro, ciò è dovuto alle barriere psicologiche createsi nei molti secoli durante i quali – quasi per tradizione – determinismo e caos sono stati considerati concetti antitetici.
Vedremo in seguito, pur senza entrare nei dettagli, come la teoria del caos abbandoni molti dei sogni deterministici cullati fin dai tempi di Newton, senza tuttavia rinunciare a comprendere la Natura. Essa si propone di superare il conflitto tra la predicibilità deterministica e i comportamenti imprevedibili frequentemente osservati in Natura, negli esperimenti di laboratorio e in tutti i sistemi formati da elementi in costante mutua interazione.
A parte le implicazioni filosofiche, si esce dal dominio della fisica per invadere quello di altre discipline: biologia, economia, medicina, scienze sociali e, per quello che qui ci riguarda, il modo di governare aziende e isitituzioni, ossia le tecniche di management.
(segue)
martedì 13 ottobre 2009
Delle ragioni - Prima parte (di non so quante)
Dato che sono stato accusato di deriva anarcoide ancor prima di aver terminato di postare il nostro Manifesto, faccio un passo o due indietro e vado ad elencare i motivi per i quali ci troviamo nella situazione in cui stiamo. Sono certo che vi sorprenderò un poco. Se infatti scrivessi cose tritamente banali o poco originali, perchè dovreste prendervi la briga di seguire questo blog?
Vi basterebbe leggere i giornali. E d'altra parte, chi dovrebbe fornire tali ragioni? Gli economisti, forse? Quelli dovrebbero avere il buon gusto di non ricomparire prima di qualche anno, e comunque dopo una plastica facciale.
Bene, comincio.
Il primo colossale e devastante errore l'ha commesso l'occidente moderno (che ormai ha perso la maiuscola) quando, in virtù di una pelosissima posizione idealista e ideologica, ha permesso che la conoscenza scientifica fosse accessibile a tutti. Questa posizione tragicamente infelice nei confronti della Scienza poteva trovare qualche giustificazione quando la ricerca scientifica era tutto sommato un diletto di pochi e per pochi, ovvero quando la si poteva considerare una deriva o una degenerazione in ambito "naturale" della "vera" filosofia, quella teologico / speculativa.
Quando invece la conoscenza e le ricadute del pensiero e del metodo scientifico sono diventate tecnologia, quindi industria, quindi economia, quindi finanza e quindi fattori competitivi e strategici, quella posizione "aperta", anzi sbracata, si sarebbe dovuta quantomeno rivedere.
La conoscenza tecnologica è un patrimonio e la ricerca scientifica un investimento impegnativo ma tra i più redditizi (e, lasciatemi aggiungere, tra i più nobili). Perchè quindi dei frutti di questo patrimonio e di questo investimento ne hanno goduto tutti, anche coloro che non avevano nessun merito e nessun titolo? Il know-how scientifico-tecnologico è un prodotto (o un servizio, se preferite) come gli altri e anzi meglio di tutti gli altri, che costa soldi e fatica. Quindi dovrebbe assolutamente essere un pregiato oggetto di scambio. Invece l'abbiamo graziosamente regalato, come se non costasse e non valesse niente. E ciò, oltretutto, ha contribuito in maniera determinante a svilire la ricerca, soprattutto in Italia. Chi bada alle cose "concrete" non fa e non si occupa di ricerca (a meno di essere un barone universitario, che invece si occupa volentieri di ricerca, ma per altri scopi).
Tanto per essere chiari: perchè per anni abbiamo fatto a gara per esportare tecnologie (oltre che investire capitali) in Cina? Perchè nelle nostre università (non tanto nelle nostre, a dire il vero, quanto in quelle americane) abbiamo sempre ospitato studenti cinesi? In nome di che cosa? Con quale contropartita?
Ve lo dico io: coi bassi costi della manodopera offerta, che di fatto è brutale schiavismo, e soprattutto col miraggio, artatamente fatto balenare, dell'accesso al mercato interno cinese. Sappiamo bene purtroppo come sono andate invece le cose. I cinesi hanno usato e stanno usando questi (e altri) fattori contro di noi. Tutta la tecnologia che posseggono è nostra, ma la stanno usando a loro esclusivo vantaggio.
Sono certissimo che quando saranno in grado di sviluppare una loro tecnologia, ai cinesi non gli passerà neanche per la testa di ricambiarci il favore. Difficilmente, per esempio, nostri studenti potranno laurearsi presso i loro centri di ricerca. Ciò che avrà qualche valore sarà considerato strategico, quindi precluso a noi. Se lo terranno per loro, a loro maggior vantaggio su di noi, noi poveri fessi rimbecilliti dalla più perversa, ipocrita, diabolica, gangrenosa e mortale ideologia: quella che "tutti gli uomini sono uguali" e "tutti gli uomini sono fratelli". Vedremo quanto saremo uguali e quanto saremo fratelli quando comanderanno loro.
Coloro che si scandalizzano per quello che affermo vanno annoverati tra gli artefici e i complici della situazione odierna, che vede alla ribalta una nazione che ha saputo trarre vantaggio da un indicibile cinismo e da una spregiudicata furbizia, dalla violenza, dallo spionaggio, dal totale spregio della nostra etica, della nostra morale, delle nostre leggi, nonchè dei diritti umani e dell'ambiente.
(Se questo comportamento vi ricorda quello di qualche altro popolo / qualche altra nazione, beh, non ci sono solo i cinesi a volerci bene).
Il Governo della Serenissima metteva a morte chi divulgava ai "foresti" i segreti della lavorazione del vetro. Col senno di poi, quella era una posizione assolutamente saggia, lungimirante, giusta e giustificata.
Tornando a noi, solo la ricerca scientifica potrà farci uscire da questa crisi e farci riprendere quel vantaggio competitivo che ora ci è necessario per non soccombere. Tutto il resto sono palle. Ovviamente il modello organizzativo delle nostre università, come pure quello delle nostre aziende (e non solo, come potete immaginare) dovrà essere completamente ribaltato.
Questo argomento sarà oggetto di un prossimo post. Nel frattempo attendo commenti.
Vi basterebbe leggere i giornali. E d'altra parte, chi dovrebbe fornire tali ragioni? Gli economisti, forse? Quelli dovrebbero avere il buon gusto di non ricomparire prima di qualche anno, e comunque dopo una plastica facciale.
Bene, comincio.
Il primo colossale e devastante errore l'ha commesso l'occidente moderno (che ormai ha perso la maiuscola) quando, in virtù di una pelosissima posizione idealista e ideologica, ha permesso che la conoscenza scientifica fosse accessibile a tutti. Questa posizione tragicamente infelice nei confronti della Scienza poteva trovare qualche giustificazione quando la ricerca scientifica era tutto sommato un diletto di pochi e per pochi, ovvero quando la si poteva considerare una deriva o una degenerazione in ambito "naturale" della "vera" filosofia, quella teologico / speculativa.
Quando invece la conoscenza e le ricadute del pensiero e del metodo scientifico sono diventate tecnologia, quindi industria, quindi economia, quindi finanza e quindi fattori competitivi e strategici, quella posizione "aperta", anzi sbracata, si sarebbe dovuta quantomeno rivedere.
La conoscenza tecnologica è un patrimonio e la ricerca scientifica un investimento impegnativo ma tra i più redditizi (e, lasciatemi aggiungere, tra i più nobili). Perchè quindi dei frutti di questo patrimonio e di questo investimento ne hanno goduto tutti, anche coloro che non avevano nessun merito e nessun titolo? Il know-how scientifico-tecnologico è un prodotto (o un servizio, se preferite) come gli altri e anzi meglio di tutti gli altri, che costa soldi e fatica. Quindi dovrebbe assolutamente essere un pregiato oggetto di scambio. Invece l'abbiamo graziosamente regalato, come se non costasse e non valesse niente. E ciò, oltretutto, ha contribuito in maniera determinante a svilire la ricerca, soprattutto in Italia. Chi bada alle cose "concrete" non fa e non si occupa di ricerca (a meno di essere un barone universitario, che invece si occupa volentieri di ricerca, ma per altri scopi).
Tanto per essere chiari: perchè per anni abbiamo fatto a gara per esportare tecnologie (oltre che investire capitali) in Cina? Perchè nelle nostre università (non tanto nelle nostre, a dire il vero, quanto in quelle americane) abbiamo sempre ospitato studenti cinesi? In nome di che cosa? Con quale contropartita?
Ve lo dico io: coi bassi costi della manodopera offerta, che di fatto è brutale schiavismo, e soprattutto col miraggio, artatamente fatto balenare, dell'accesso al mercato interno cinese. Sappiamo bene purtroppo come sono andate invece le cose. I cinesi hanno usato e stanno usando questi (e altri) fattori contro di noi. Tutta la tecnologia che posseggono è nostra, ma la stanno usando a loro esclusivo vantaggio.
Sono certissimo che quando saranno in grado di sviluppare una loro tecnologia, ai cinesi non gli passerà neanche per la testa di ricambiarci il favore. Difficilmente, per esempio, nostri studenti potranno laurearsi presso i loro centri di ricerca. Ciò che avrà qualche valore sarà considerato strategico, quindi precluso a noi. Se lo terranno per loro, a loro maggior vantaggio su di noi, noi poveri fessi rimbecilliti dalla più perversa, ipocrita, diabolica, gangrenosa e mortale ideologia: quella che "tutti gli uomini sono uguali" e "tutti gli uomini sono fratelli". Vedremo quanto saremo uguali e quanto saremo fratelli quando comanderanno loro.
Coloro che si scandalizzano per quello che affermo vanno annoverati tra gli artefici e i complici della situazione odierna, che vede alla ribalta una nazione che ha saputo trarre vantaggio da un indicibile cinismo e da una spregiudicata furbizia, dalla violenza, dallo spionaggio, dal totale spregio della nostra etica, della nostra morale, delle nostre leggi, nonchè dei diritti umani e dell'ambiente.
(Se questo comportamento vi ricorda quello di qualche altro popolo / qualche altra nazione, beh, non ci sono solo i cinesi a volerci bene).
Il Governo della Serenissima metteva a morte chi divulgava ai "foresti" i segreti della lavorazione del vetro. Col senno di poi, quella era una posizione assolutamente saggia, lungimirante, giusta e giustificata.
Tornando a noi, solo la ricerca scientifica potrà farci uscire da questa crisi e farci riprendere quel vantaggio competitivo che ora ci è necessario per non soccombere. Tutto il resto sono palle. Ovviamente il modello organizzativo delle nostre università, come pure quello delle nostre aziende (e non solo, come potete immaginare) dovrà essere completamente ribaltato.
Questo argomento sarà oggetto di un prossimo post. Nel frattempo attendo commenti.
venerdì 9 ottobre 2009
Manifesto
Chi siamo
Siamo un gruppo di managers che hanno creato questo weblog come luogo virtuale d'incontro. Ci accomuna la constatazione del completo fallimento del modello economico produttivo (in primis) e sociale (di riflesso) del nostro cosiddetto mondo occidentale, e di quello basato sulla piccola impresa in particolare.
Poichè comunque siamo e restiamo managers, abbiamo preso atto e coscienza della situazione, e cerchiamo di proporre e di attuare delle soluzioni. Le quali non saranno perciò tese al ripristino del vecchio modello, con il quale non siamo definitivamente più in sintonia, ma al suo superamento creativo.
"Creativity arises when individuals are out of sync with their environment."
Noi siamo delle persone MOLTO fuori sincronia e sintonia col proprio ambiente, inteso come azienda o società e, per estensione, come Società. Perciò siamo MOLTO creativi.
Questo è il nostro Manifesto.
Noi riconosciamo che il modello economico-sociale basato sulla libera iniziativa imprenditoriale è fallito, così come precedentemente è fallito il modello socialista. Non intendiamo qui dilungarci a spiegare il come e il perchè di una situazione la cui drammaticità è evidente per chi ha gli occhi un po' allenati. Per due motivi: il primo è che un'analisi in materia costituirebbe un inutile spreco di tempo. L'analisi l'abbiamo già condotta nel corso delle nostre rispettive carriere professionali, traendone la relativa sintesi. Secondo: per quanto argomentata e provata, ogni tesi troverebbe sempre critici e saccenti commentatori di professione pronti a dimostrarci (a chiacchere) che abbiamo torto.
Quindi chiariamo subito: noi non intendiamo raccogliere il consenso di nessuno che non sia già, magari implicitamente, d'accordo con noi. Costoro infatti riconosceranno immediatamente la misura e la portata delle nostre ragioni, e alcuni vorranno aderire al Movimento che intendiamo creare. Gli altri, managers o no, continuino pure per la loro strada, se ne hanno una.
Noi - in sintesi - rivendichiamo il diritto di affrancarci intellettualmente e operativamente dall'attuale modello economico e di proporne un altro in sostituzione.
(Segue)
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